André Bonfanti Architect - Architecture, Design, Real Estate

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ISSN 2499-8524

Michael Mehaffy

Before its cancellation, the Anara Tower was planned to be one of Dubai’s tallest buildings, and an icon of sustainability — despite its west-facing glazing, high embodied energy in materials, and, remarkably, a giant non-functional (i.e. decorative) wind turbine. The building offered the consumer packaging of an “image” of sustainability at the apparent expense of real sustainability.

Prima della sua cancellazione, l'Anara Tower è stata progettata per essere uno degli edifici più alti di Dubai e un'icona di sostenibilità - nonostante le sue vetrate orientate a ovest, l'alta energia grigia incorporata nei materiali e, incredibilmente, una gigante turbina eolica non-funzionante (ovvero decorativa). L'edificio mostrava al consumatore un imballaggio con una "immagine" di sostenibilità a scapito della reale sostenibilità.
Image by WS Atkins PLC

Qualcosa di sorprendente è successo con molti edifici cosiddetti "sostenibili". Quando sono stati effettivamente verificati durante le valutazioni post-abitative, gli stessi edifici si sono dimostrati molto meno sostenibili rispetto a quanto dichiarato dei loro sostenitori. In alcuni casi hanno avuto una performance peggiore di edifici molto più vecchi, che non avevano pretese di sostenibilità. Un articolo del New York Times del 2009, "Some buildings not living up to green label", ha documentato i molteplici problemi di vari edifici icone di sostenibilità. Tra i vari problemi riscontrati, il Times ha sottolineato l'uso diffuso di grandi facciate vetrate e di larghi ambienti profondi, una progettazione che sposta lo spazio utile lontano dalle pareti esterne, obbligando a fare maggiore affidamento sulla luce artificiale e sui sistemi di ventilazione.

In parte in risposta alla stampa, la città di New York ha istituito una nuova legge che impone di rivelare la vera performance per molti tipi di edifici. Ciò ha portato alla scoperta di altri [edifici] icone di sostenibilità ancora meno performanti. Un altro articolo del Times , "City’s Law Tracking Energy Use Yields Some Surprises", ha osservato che il nuovo e scintillante 7 World Trade Center , certificato con LEED Gold, ha segnato un punteggio di solo 74 in base al rating Energy Star - un punto al di sotto del minimo di 75 punti per gli "edifici ad alta efficienza" nell'ambito del sistema di valutazione nazionale. Tale modesta valutazione non è nemmeno molto incidente rispetto alla significativa energia [grigia] incorporata nei nuovi materiali del 7 World Trade Center. Le cose sono andate ancora peggio nel 2010, con una querela ["$100 Million Class Action Filed Against LEED and USGBC"] contro lo US Green Building Council, gli sviluppatori del sistema di certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design). I ricorrenti nella causa hanno accusato lo USGBC di avere condotto "pratiche commerciali ingannevoli, pubblicità ingannevole e anti-trust" durante la promozione del sistema LEED, e hanno sostenuto che, poiché il sistema LEED non è all'altezza dei risparmi energetici previsti e pubblicizzati, lo USGBC ha in realtà defraudato i Comuni e gli enti privati​​. La causa è stata infine respinta, ma sulla sua scia il sito Treehugger ed altri hanno predetto, sulla base delle evidenze scoperte, che "ci saranno ancora altre controversie di questo tipo". Che sta succedendo? Come può il desiderio di aumentare la sostenibilità portare al suo opposto? Un problema di molti sistemi di sostenibilità è che essi non mettono in discussione la tipologia di edificio sottostante. Invece, essi aggiungono solo nuovi componenti "verdi", come ad esempio sistemi meccanici più efficienti e un migliore isolamento delle pareti. Ma questa idea di sostenibilità "per aggiunte" [bolt-on: ad incastro, imbullonata, pronta all'uso, N.d.T.], anche se parzialmente efficace, presenta l'inconveniente di lasciare intatte le forme sottostanti e il sistema strutturale che le genera. Il risultato è troppo spesso la familiare "legge degli effetti perversi": ciò che si guadagna in un settore si perde altrove a causa del risultato di altre interazioni impreviste.

Energy-wasting glass box from the 1960s compared to a new LEED-certified curtain-wall building. Spot the difference? The trouble is, (paraphrasing Albert Einstein) we cannot solve problems with the same basic typologies that created them

"Scatola" energeticamente disperdente del 1960 paragonata ad una facciata continua di un nuovo edificio certificato LEED. Notate la differenza? Il problema è (parafrasando Albert Einstein) che non possiamo risolvere i problemi con le stesse tipologie base che li hanno creati.
Disegno di Nikos A. Salingaros

Ad esempio, l'aggiunta impianti di energia più efficienti tende a ridurre la quantità di energia utilizzata, e quindi riduce il costo complessivo. Ma, a sua volta, questa riduzione dei costi tende a rendere gli utilizzatori meno attenti al consumo di energia - un fenomeno noto come "Paradoss o di Jevons". Aumentare l'efficienza riduce i costi e aumenta la domanda - che a sua volta fa aumentare il tasso di consumo, spazzando via il risparmio iniziale. La lezione è che non possiamo gestire il consumo di energia con il semplice isolamento. Dobbiamo guardare al concetto di energia più in generale, compresa l'energia [grigia] incorporata e altri fattori. Ci sono spesso altre conseguenze indesiderate. Un caso notevole è il tanto pubblicizzato edificio sostenibile "Gherkin" (Foster & Partners, 2003), dove il sistema di ventilazione open-floor dell'edificio è stato compromesso quando alcuni utilizzatori particolarmente attenti alla sicurezza hanno creato varie separazioni in vetro. Alcune finestre apribili le cui specifiche tecniche sono state ridotte per favorire la ventilazione naturale, sono cadute letteralmente dall'edificio, e hanno dovuto essere chiuse definitivamente. L'ambizioso obiettivo di un sofisticato sistema di ventilazione naturale ha paradossalmente comportato una anche peggiore ventilazione.

Nessun edificio è un'isola. Un altro grosso problema con i programmi di bioedilizia avviene quando gli edifici sono trattati in moto separato dal loro contesto urbano. In un esempio infame [ "Driving to Green Buildings"], la Fondazione Chesapeake Bay trasferì la sua sede nel primo edificio al mondo certificato con LEED Platinum - ma lo spostamento li ha mossi da un vecchio edificio nella città di Annapolis, nel Maryland in un nuovo edificio in periferia, che ha richiesto nuove energie e risorse incorporate. La sola aggiunta del viaggio dei dipendenti - noto come "intensità energetica di trasporto" - ha più che cancellato i risparmi di energia del nuovo edificio. La teoria della resilienza discussa nel nostro articolo, "Verso architetture resilienti 1: lezioni di biologia", indica la natura del problema. I sistemi possono sembrare ben progettati entro i parametri definiti in origine - ma inevitabilmente interagiranno con molti altri sistemi, spesso in modo imprevedibile e non lineare. Noi guardiamo ad una metodologia di progettazione più "robusta", combinando approcci diversi e ridondanti ("rete"), lavorando a molte scale, e garantendo l'adattamento a "grana fine" degli elementi di progetto. Anche se questi criteri possono sembrare astratti, sono esattamente il genere di caratteristiche conseguite con i cosiddetti approcci progettuali "passivi". Gli edifici passivi consentono agli utenti di regolarli e di adattarsi alle condizioni climatiche - per esempio, aprendo o chiudendo finestre o persiane, e ottenere luce naturale e aria. Questi elementi possono essere molto più accurati nell'adattamento ad una situazione in un microcontesto. Sono dotati di diversi sistemi che fanno più di una cosa - come i muri che sorreggono l'edificio e accumulano anche calore attraverso la massa termica. Hanno reti di spazi che possono essere riconfigurati facilmente, anche convertiti interamente a nuovi usi, con modifiche relativamente poco costose (a differenza della tipologia "open space", che non ha mai soddisfatto le aspettative)1. Sono edifici globali polifunzionali che non sono strettamente progettati per un look alla moda o per un utente specializzato. Cosa forse più importante, essi non si distaccano dal contesto e tessuto urbano, ma collaborano con altre "scale" della città, per ottenere benefici sia alle scale maggiori sia a quelle minori.

I vecchi edifici funzionano meglio... a volte. Molti vecchi edifici hanno esattamente questo approccio "passivo" semplicemente perché non potevano fare altrimenti. In un'epoca in cui l'energia era costosa (o semplicemente non disponibile) e il trasporto era difficile, gli edifici erano naturalmente più raggruppati insieme nei centri urbani. La loro forma e l'orientamento sfruttavano la luce naturale, e in genere presentavano finestre più piccole e ben posizionate, e muri portanti con una maggiore massa termica. Le semplici e robuste forme di questi edifici permettevano configurazioni molteplici. Infatti, molti degli edifici urbani più richiesti oggi sono in realtà progetti di riuso di edifici molto più antichi. I risultati di questo approccio passivo si riflettono in un buon rendimento energetico. Mentre il 7 World Trade Center di New York ha ottenuto in realtà un punteggio inferiore a 75 su 100 (il minimo richiesto per la città di New York), i vecchi edifici nella città che sono stati equipaggiati con le stesse efficienti tecnologie di riscaldamento, raffreddamento e illuminazione, se la sono cavata molto meglio: l'Empire State Building ha ottenuto un punteggio di 80, il Chrysler Building ha ottenuto 84. Ma il solo fatto di essere vecchio non è chiaramente un criterio di successo. L'edificio MetLife/PanAm del 1963 (Walter Gropius e Pietro Belluschi), ormai vecchio di mezzo secolo, ha segnato un triste 39. Un'altra icona di metà del secolo, la Lever House (Skidmore, Owings & Merrill, 1952), ha segnato 20. La performance peggiore di tutte è stata del famoso Seagram Building di Ludwig Mies Van der Rohe, costruito nel 1958. Il suo punteggio è stato un sorprendentemente e basso 3. Qual è il problema di questi edifici? Come il precedente articolo del New York Times aveva osservato, hanno molte parti con ampie facciate e superfici vetrate, spazi profondi su larga scala e altre limitazioni. Ad un livello fondamentale, come possiamo capire dalla teoria della resilienza, mancano molti vantaggi resilienti cruciali nei tipi edilizi più vecchi. E' probabile che ci sia qualcosa inerente alla tipologia di edificio in sé che è non-resliente. Il linguaggio formale in sé potrebbe essere un problema innato - cosa che, ragionando per sistemi, non si può risolvere con  integrazioni e aggiunte "verdi".

L'architettura dell'"età del petrolio". Il critico di architettura Peter Buchanan, in un recente articolo sulla rivista britannica The Architectural Review, ha attribuito la colpa di questi fallimenti allo stesso modello del progetto Modernista, e ha chiesto un "grande ripensamento" di molte delle ipotesi [moderniste] incontestate ["The Big Rethink: Farewell To Modernism - And Modernity Too" ]. Il modernismo è intrinsecamente insostenibile, ha sostenuto, perché si è evoluto all'inizio dell'era dei combustibili fossili abbondanti ed economici. Questa energia a basso costo ha alimentato il pendolarismo di fine settimana verso le prime ville Moderniste, e ha mantenuto caldi i loro grandi spazi aperti, malgrado le grandi superfici vetrate e le pareti dalle sezioni sottili. L'industria petrolchimica cominciava a creare i primi sigillanti complessi e ad alimentare la produzione di profilati estrusi. "L'architettura moderna è dunque un'architettura petrolchimica e dissipatrice di energia, possibile solo quando i combustibili fossili sono abbondanti e convenienti", dice Buchanan. "Come le città tentacolari nelle quali si è generata, appartiene a quell'epoca calante che gli storici stanno già chiamando «l'era del petrolio»".

Cities built using a form language whose dominant feature is to maximize the consumption of fossil fuels. Though a successful economic development strategy during the “oil-interval” era, it has left us with a looming catastrophe

Città costruite con un linguaggio formale la cui caratteristica dominante è quella di massimizzare il consumo di combustibili fossili. Nonostante fosse una strategia di sviluppo economico di successo durante l'era del petrolio, ci ha lasciato con una catastrofe incombente.
Drawing by Nikos A. Salingaros

Buchanan non è il solo a chiedere un "grande ripensamento " sulle premesse del design Modernista. Oggi è di moda, tra molti architetti, attaccare il Modernismo, e sostengono invece vari tipi di stili d'avanguardia o Post-modernisti. Buchanan raggruppa insieme questi stili in una categoria che lui chiama "post-modernismo decostruzionista". Sostiene che i Decostruzionisti non hanno effettivamente trasceso il paradigma modernista che attaccano: essi operano ancora quasi interamente all'interno dei presupposti industriali e delle metodologie di ingegneria tipiche dell'era del petrolio. Ancora una volta, la teoria della resilienza permette di comprendere le gravi carenze insite in questa famiglia di linguaggi formali affini - e anzi, i difetti nel concetto di design sul quale si fondano (quelli avranno bisogno di essere esaminati nei minimi dettagli). Ironia della sorte, questo modello "moderno" è ormai vecchio di quasi un secolo, appartenente ad un'era di "resilienza ingegnerizzata" - cioè, la resilienza interna ad un unico sistema, ma che è incapace di far fronte alle conseguenze inattese delle interazioni con altri sistemi (come il trasporto urbano, per esempio, o con i veri e propri sistemi e ambienti ecologici). Poiché il linguaggio formale modernista e dei suoi successori è legato al classico paradigma di ingegneria lineare, non possono in pratica combinare approcci diversi e ridondanti ("rete"), né lavorare a molte scale, né garantire un adattività delle componenti del progetto alle microscale - anche se possono dare l'impressione apparente di farlo. Contrariamente a tali dubbie affermazioni (in quello che a volte assume l'aspetto di un enorme sforzo di marketing), non possono effettivamente realizzare ciò che C.H. Holling chiama "resilienza ecologica". Ciò rende conto dell'allarmante scarso rendimento di questi edifici e luoghi, quando sono valutati nelle analisi post-abitative. Visti in questa luce, i vari tentativi delle avanguardie di trascendere il Modernismo appaiono più come una nuova confezione sopra le stesse sottostanti (e non resilienti) tipologie strutturali e metodi industriali. Ma, come Albert Einstein notoriamente ha sottolineato: "Un nuovo tipo di pensiero è essenziale se l'umanità vuole sopravvivere e muoversi verso livelli più alti". Così come non è possibile ottenere la resilienza semplicemente aggiungendo nuovi dispositivi come i collettori solari a questi vecchi edifici industrial-modernisti, non è possibile ottenere benefici significativi attraverso nuove e abbaglianti combinazioni di design e con un simbolico pensiero ecologico all'interno dello stesso processo di progettazione essenzialmente industriale. Abbiamo bisogno di un "grande ripensamento" sui più elementari metodi e sistemi di progettazione per il futuro.

Una ondata di neo-modernismo. Eppure, negli ultimi anni c'è stata una notevole recrudescenza di una forma di Modernismo non più ancora giustificabile. Alla luce dei fatti, questa è una tendenza decisamente reazionaria: ci sembra di essere testimoni di un movimento di "ritorno alle radici" - un movimento che, come altri, si basa più su una convinzione dottrinale che sulle evidenze. Questo Neo-modernismo alla moda varia dallo stile "retrò" squadrato e bianco di edifici, interni e arredi, fino ai puliti e futuristici edifici e paesaggi. Stilisticamente, le forme sono accattivanti e spesso taglienti, e alcune persone (soprattutto molti architetti) evidentemente li apprezzano.

Curiously, after one century of unfettered design experiments, the Modernist form language evolves back to the traditional glass box

Curiosamente, dopo un secolo di sperimentazioni progettuali assolute, il linguaggio formale modernista si evolve ritornando ad una tradizionale scatola di vetro.
Drawing by Nikos A. Salingaros

Non tutti sembrano tuttavia preoccuparsi per questa nuova/vecchia estetica. Alcuni vedono le nuove strutture come sterili, brutte e dirompenti nei loro quartieri e città. I difensori di questi progetti spesso attaccano i critici di essere presumibilmente poco sofisticati, nostalgici, o che non vogliono accettare l'inevitabile progresso di una cultura dinamica. Questa "battaglia delle preferenze stilistiche" infuria, con i neo-modernisti che rivendicano il primato morale dell'avanguardia, dal quale tendono a dominare i media, i critici e le scuole. Naturalmente, le mode vanno e vengono, e l'architettura non è diversa: in un certo senso questa è solo un'altra fase del continuo crescere e calare del Modernismo architettonico per quasi un secolo fino a oggi, insieme agli impetuosi dibattiti circa i suoi meriti estetici. Questi dibattiti non si sono mai placati. Critici come Buchanan non sono una novità: negli anni 1960 e 1970, critici altrettanto rumorosi come Christopher Alexander, Peter Blake, Jane Jacobs, David Watkin e Tom Wolfe hanno fatto critiche fulminanti, ma poco è cambiato. Ciò che è cambiato ora, però, è che stiamo facendo domande urgenti sulla resilienza di questo tipo di strutture, in un momento in cui abbiamo bisogno di valutare con rigore e migliorare quella stessa resilienza. Come suggerisce questa discussione, la radice del problema non risiede solo nel particolare e pratico problema delle vaste pareti vetrate continue, degli edifici ingombranti e trasparenti, e sui sistemi di assemblaggio troppo basati sui prodotti petrolchimici. E' forse l'idea stessa degli edifici come icone di moda che autocelebrano la loro novità, un'idea tipicamente modernista, che è fondamentalmente in contrasto con il concetto di sostenibilità. Non appena invecchiano, questi edifici sono destinati ad essere meno nuovi e quindi meno utili, nient'altro. Le incontaminate superfici industriali moderniste (e ora post-moderniste e decostruttiviste) sono destinate a rovinarsi, consumarsi, e degradarsi. Le novità accattivanti di un'epoca diventeranno le brutture abbandonate del futuro, una inevitabilità sprecata per una elite egocentrica fissata con la moda di oggi. Nel frattempo, i semplici e umani criteri di progettazione resilienti vengono messi da parte, nella fretta di abbracciare le nuove soluzioni tecniche che attirano l'attenzione - che poi produrranno un'onda disastrosa di errori non intenzionali. Questo non è chiaramente un modo per prepararsi a un futuro "sostenibile" in ogni senso.

Il modernismo è più di un semplice stile. In questa luce, perché il linguaggio formale e i metodi di progettazione del Modernismo si sono dimostrati così ostinatamente persistenti? La risposta è che il Modernismo non è solo uno stile di cui ci si può interessare o meno. E' parte integrante di un notevole e globale - anche totalizzante - progetto di estetica, tettonica, urbanistica, tecnologia, cultura, e, infine, di civiltà. Tale progetto ha avuto un profondo effetto sullo sviluppo degli insediamenti moderni, nel bene o nel male, e (soprattutto alla luce della teoria della resilienza) ha dato un enorme contributo allo stato attuale in cui si trovano le nostre città, e la nostra civiltà. Le origini del Modernismo architettonico sono strettamente collegate con gli obiettivi progressisti del primo Novecento, e con gli ideali umanitari - anche utopistici - dei visionari ben intenzionati dell'epoca. Quegli individui hanno intravisto una capacità promettente, nella nascente tecnologia industriale dell'epoca, di offrire una nuova era di prosperità e di qualità della vita per l'umanità. I suoi leader erano credibilmente e chiaramente rapiti dalle apparentemente infinite possibilità di un'utopia tecnologica. Da qui in poi hanno sviluppato una elaborata - e, sorprendentemente, scarsamente valutata - teoria sulle nuove e necessarie scienze tettoniche e sui linguaggi formali delle società future. I loro seguaci ancora oggi sostengono che è senza dubbio il Modernismo che è nella posizione migliore per indossare il manto della sostenibilità. Naturalmente, molte cose sono migliorate sotto questo regime tecnologico, e oggi siamo in grado di curare le malattie, ridurre gli sforzi massacranti, mangiare cibi esotici, viaggiare veloci in confortevoli automobili e navi volanti, e fare tante altre cose che avrebbero stupito i nostri antenati. Ma insieme a questo nuovo regime è arrivato un calamitoso impoverimento ecologico e la distruzione delle risorse, e una erosione delle fondamenta da cui dipende tutta l'economia e, in effetti, tutta la vita. Così oggi, in un'epoca di crisi convergenti, vale la pena porre domande importanti sui presupposti di tale regime industriale - e sulla complicità del Modernismo architettonico come una sorta di seducente "packaging di prodotto" all'interno di esso. La storia risale indietro ad un notevole piccolo gruppo di scrittori, teorici e professionisti degli inizi del ventesimo secolo, e in particolare all'architetto austriaco Adolf Loos. Avremo bisogno di guardare più da vicino questa storia - e che cosa significa la sua esistente eredità per noi e per le nostre attuali scoraggianti sfide progettuali.

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Last modified: 
27 July, 2017 - 11:37

In questi giorni, la parola "resilienza" sta facendo il giro tra i progettisti ambientali. In alcuni contesti sta minacciando di sostituire un'altra parola popolare, “sostenibilità”. Ciò è in parte il riflesso di eventi importanti come l'uragano Sandy, che si aggiunge alla lista crescente di altri eventi dirompenti come gli tsunami, la siccità e le ondate di calore. Sappiamo che non possiamo progettare in funzione di tutti questi eventi imprevedibili, ma potremmo assicurarci che i nostri edifici e le città siano in grado di resistere meglio a queste calamità e di riprendersi in seguito. Ad una scala più ampia, dobbiamo essere in grado di resistere alle scosse del cambiamento climatico, alla distruzione e all'esaurimento delle risorse, e ad una serie di altre sfide crescenti per il benessere umano. Abbiamo bisogno di una progettazione più resiliente, non intesa come uno slogan alla moda, ma come una necessità per la nostra sopravvivenza a lungo termine.

Oltre ad essere una idea interessante, cos'è realmente la resilienza, in termini sostanziali? Quali insegnamenti noi progettisti possiamo applicare per raggiungerla? In particolare, cosa possiamo imparare dalla resilienza dei sistemi naturali? Molto, a quanto sembra.

Sistemi resilienti e non resilienti
Cominciamo col riconoscere che oggi abbiamo tecnologie incredibilmente complesse e sofisticate, dalle centrali elettriche, all'impiantistica edilizia, fino agli aereoplani. Queste tecnologie sono, in senso generale, meravigliosamente stabili all'interno dei loro parametri di progettazione. Questa è il tipo di stabilità che C. H. Holling, il pioniere della teoria della resilienza in ecologia, chiamava engineered resilience [resilienza "costruita", nel senso di "prevista", "intrinseca", N.d.T.]. Ma spesso queste tecnologie non sono relilienti fuori dalle loro condizioni operative progettate. I problemi sorgono a causa delle conseguenze impreviste che accadono come "esternalità", spesso con risultati disastrosi.

On the left, an over-concentration of large-sale components; on the right, a more resilient distributed network of nodes

Alla sinsitra, una super-concentrazione di componenti; alla destra, una rete di nodi distribuita maggiormente resiliente.
(Drawing by Nikos A. Salingaros)

Un buon esempio è il gruppo reattore nucleare di Fukushima in Giappone. Per anni ha funzionato senza intoppi, producendo energia sicura per la sua regione, ed è stato un fulgido esempio di resilienza intrinseca. Ma non aveva quella che Holling chiamava resilienza ecologica, cioè la resistenza alle perturbazioni spesso caotiche che i sistemi ecologici devono sopportare. Una di queste perturbazioni caotiche è stato il terremoto e lo tsunami che hanno sommerso lo stabilimento nel 2010, provocando un crollo catastrofico. I reattori di Fukushima sono basati su un vecchio modello statunitense degli anni '60, dipendente da un sistema di raffreddamento di emergenza elettrico. Quando l'elettricità si è interrotta, compresi i generatori di backup, il sistema di controllo di emergenza è diventato inoperativo e il core del reattore si è fuso. E' stato anche un errore (a posteriori) avere centralizzato la produzione di energia realizzando sei grandi reattori nucleari l'uno accanto all'altro. Il problema con le perturbazioni caotiche è che sono intrinsecamente imprevedibili. In realtà possiamo prevedere (anche se poco) la probabilità di un terremoto e di uno tsunami relativamente in modo migliore rispetto ad altri fenomeni naturali. Pensate a come sarebbe difficile prevedere il tempo e il luogo di una collisione di asteroidi, o più difficile ancora, prepararci alle conseguenze. I fisici si riferiscono a questo tipo di caos come lontano dalla condizione di equilibrio. Questo è un problema che i progettisti stanno cominciando a prendere molto più seriamente, dal momento che abbiamo sempre più a che fare con gli eventi più bizzarri come l'uragano Sandy - in realtà una combinazione caotica di tre distinte condizioni meteorologiche che hanno devastato i Caraibi e la costa orientale degli Stati Uniti nel 2012.

Hurricane Sandy on October 28, 2012

Uragano Sandy nell'Ottobre 28, 2012.
Courtesy LANCE MODIS Rapid Response Team at NASA GSFC

Come se non bastassero questi pericoli imprevisti, noi esseri umani stiamo contribuendo all'instabilità. Una complicazione ulteriore è che noi stessi siamo ora responsabili di gran parte del caos, attraverso la nostra sempre più complessa tecnologia e le sue interazioni e perturbazioni imprevedibili. Il cambiamento climatico è una conseguenza di tali perturbazioni, insieme alle infrastrutture complesse e instabili che abbiamo collocato in località costiere vulnerabili (infatti, l'infrastruttura tecnologica del Giappone è stata pesantemente danneggiata su un'area molto più ampia a causa dell'effetto "domino" caotico generato dal disastro di Fukushima). La nostra "intrusione" tecnologica nella biosfera ha spinto i sistemi naturali in condizioni che sono lontane dall'equilibrio - e, di conseguenza, le perturbazioni catastrofiche sono più vicine che mai.

Lezioni di Biologia 

Che cosa possiamo imparare dai sistemi biologici? Sono incredibilmente complessi. Prendiamo, per esempio, la ricca complessità di una foresta pluviale. Questa genera interazioni complesse tra i molti miliardi di componenti. Eppure, molte foreste pluviali riescono a rimanere stabili nel corso di migliaia di anni, a dispetto di innumerevoli perturbazioni e "shock di sistema". Possiamo comprendere e applicare le lezioni che ci forniscono le loro caratteristiche strutturali? Sembra che possiamo. Qui sono indicate quattro di queste lezioni, estratte da sistemi biologici distribuiti (non centralizzati) di cui parleremo più in dettaglio:

  1. Questi sistemi hanno una struttura inter-connessa a rete.
  2. Sono dotati di diversità e di ridondanza (un concetto totalmente diverso da "efficienza").
  3. Mostrano un'ampia distribuzione di strutture attraverso le varie scale, comprese le più piccole scale.
  4. Hanno la capacità di auto-adattarsi e "auto-organizzarsi". Questa capacità è in genere (ma non sempre) ottenuta attraverso l'uso di informazioni genetiche.

Map of the Internet: a paradigmatic resilient network in part because it is scale-free and redundant

Mappa di Internet: una rete resiliente paradigmatica, in parte perché è ridondante ed indipendente dalla scala.
Immagine: The Opte Project/Wikimedia

Internet è un familiare esempio umano di una struttura a rete inter-connessa. E' stata inventata dai militari degli Stati Uniti per riuscire a fornire una comunicazione di dati resilienti anche in caso di attacco. Anche i sistemi biologici hanno strutture a rete collegate tra loro, come possiamo vedere per esempio nei distinti sistemi circolatori del sangue e ormonale nel corpo umano, o nel modello cerebrale delle connessioni tra neuroni. Il tessuto danneggiato entro certi limiti è di solito in grado di rigenerarsi, e i cervelli danneggiati sono spesso in grado di ri-imparare la conoscenza perduta e le competenze attraverso la costruzione di nuovi percorsi neurali alternativi. La natura interconnessa, sovrapposta e adattabile delle relazioni degli ecosistemi e dei metabolismi sembra essere la chiave per il loro funzionamento. Concentrandosi sulla ridondanza, sulla diversità e sulla plasticità, gli esempi biologici contraddicono la nozione estremamente limitata di "efficienza" utilizzata nel pensiero meccanicistico. I nostri corpi hanno due reni, due polmoni, e due emisferi del cervello, uno dei quali può ancora funzionare quando l'altro è danneggiato o distrutto. Un ecosistema in genere ha molte specie diverse, una delle quali può essere persa senza distruggere l'intero ecosistema. Al contrario, una monocoltura agricola è altamente vulnerabile ad un solo parassita o ad un'altra minaccia. Le monocolture sono terribilmente fragili. Esse sono efficaci solo fino a quando le condizioni sono perfette, ma a rischio di fallimento catastrofico nel lungo termine (che è una buona descrizione del nostro generale stato attuale!). Perché la distribuzione delle strutture attraverso le varie scale è così importante? Per prima cosa, è una forma di diversità. Al contrario, una concentrazione in poche scale (in particolare alle grandi scale) è più vulnerabile agli shock. Inoltre, le scale più piccole che compongono e sostengono le scale più grandi facilitano la rigenerazione e l'adattamento. Quando le piccole cellule di un organo più grande sono danneggiate, è facile per quel tessuto danneggiato crescere nuovamente - un po' come riparare i piccoli mattoni di un muro danneggiato.

Distribution of inter-connected elements across several scales

Distribuzione di elementi interconnessi tra loro attraverso diverse scale.
Disegno di Nikos A. Salingaros

L'auto-organizzazione e l'auto-adattamento sono anche gli attributi centrali dei sistemi viventi e della loro evoluzione. Infatti, questa sorprendente capacità di auto-strutturazione è uno dei più importanti processi biologici. Come funziona? Sappiamo che richiede reti, diversità, e distribuzione di strutture alle diverse scale. Ma richiede anche la capacità di mantenersi e svilupparsi su modelli già esistenti, in modo che quelli possano gradualmente espandersi in modelli più complessi. Spesso questo processo si sviluppa attraverso l'uso della memoria genetica. Strutture che codificano i modelli iniziali sono riutilizzate e ri-incorporate successivamente. L'esempio più familiare è, naturalmente, il DNA. La trasformazione evolutiva degli organismi attraverso il DNA ha gradualmente costruito un mondo che è passato da virus e batteri, fino ad organismi molto più complessi.

Applicare le lezioni ai progetti resilienti per l'uomo

Come possiamo applicare queste lezioni strutturali per creare città resilienti, e per migliorare le più piccole parti vulnerabili della città rendendoli resilienti? Sviluppando le idee dalla nostra precedente lista, le città resilienti devono avere le seguenti caratteristiche:

  1. Hanno reti interconnesse di percorsi e relazioni. Queste non sono separate in categorie ordinate di utilizzo, tipo o percorso, che le renderebbe vulnerabili durante un collasso.
  2. Hanno diversità e una ridondanza di attività, tipologie, obiettivi e popolazioni. Ci sono molti diversi tipi di persone che fanno cose diverse, ognuno dei quali potrebbe fornire la chiave per sopravvivere ad uno shock di sistema (che non può mai essere conosciuto in anticipo).
  3. Hanno un'ampia distribuzione di scale strutturali, dai più grandi modelli di pianificazione regionale ai dettagli più fini. Insieme ai punti (1) e (2) di cui sopra, queste strutture sono diverse, interconnesse e possono essere modificate in modo relativamente facile e localmente (in risposta alle mutevoli esigenze). Sono come piccoli mattoni di un edificio, facilmente riparabili se danneggiati (al contrario di grandi e costosi pannelli prefabbricati che devono essere sostituiti interamente).
  4. Come conseguenza del punto (3), esse (e le loro parti) sono in grado di organizzarsi e adattarsi in risposta alle mutevoli esigenze alle diverse scale spaziali e temporali, e in risposta l'una all'altra. Ovvero, esse sono in grado di "auto-organizzarsi". Questo processo può accelerare attraverso gli scambi evolutivi e la trasformazione delle conoscenze e dei concetti tradizionali, in base a ciò che serve per soddisfare le esigenze degli esseri umani e l'ambiente naturale dal quale dipendono.

Le città resilienti si evolvono in un modo molto specifico. Esse si conservano e si basano su vecchi modelli o informazioni, e allo stesso tempo rispondono al cambiamento con l'aggiunta di nuovi adattamenti. Non creano quasi mai cose completamente nuove, e quasi sempre creano novità molto selettive solo se necessario. Qualsiasi cambiamento viene testato tramite selezione, cosi come i cambiamenti in un organismo in evoluzione sono selezionati in funzione di come l'organismo si comporta nel suo ambiente. Questo meccanismo esclude principalmente i cambiamenti più drastici e discontinui. Le città resilienti sono quindi "strutturalmente conservative" anche quando subiscono profonde trasformazioni strutturali. In che modo questi elementi contribuiscono in pratica alle città resilienti, in un'epoca di esaurimento delle risorse e di cambiamento climatico? E' facile vedere che una città con una rete di strade e di marciapiedi sarà più percorribile a piedi e meno auto-dipendente di una città con una rigida gerarchia top-down dei tipi di strada, incanalando tutto il traffico in un numero limitato di "collettori" e "arterie". Allo stesso modo, una città progettata per funzionare con un mix di usi avrà più varietà e sarà in grado di adattarsi al cambiamento meglio di una città con "monoculture" rigidamente separate.

A complex resilient system coordinates its multi-scale response to a disturbance on any single scale

Un complesso sistema resiliente coordina una risposta multi-scala ad un disturbo su ogni singola scala.
Disegno di Nikos A. Salingaros

Una città con una ricca ed equilibrata diversità di scale, specialmente quelle che includono e incoraggiano soprattutto le scale a grana fine, sarà più facilmente riparabile e adattabile a nuovi usi. Potrà sopportare meglio le perturbazioni perché le sue risposte possono avvenire su ognuno e tutti i diversi livelli di scala. La città affronta una perturbazione definendone il "centro" ad una specifica scala, intorno alla quale strutturare una complessa risposta multi-scala. Ed è più probabile che sia in grado di auto-organizzarsi attorno a nuove attività economiche e nuove risorse, se e quando le vecchie risorse stanno per scarseggiare.

L'evoluzione delle città non resilienti

A che punto siamo oggi? Molte delle nostre città sono state (e sono tuttora) conformate su un modello di pianificazione urbanistica evolutasi in un'era in cui l'energia da combustibili fossili era economica e in cui era forte il fervore di una visione meccanicistica di separazione delle componenti. Il risultato è che, per molti aspetti, abbiamo un tipo di città rigida e non-elastica; un tipo che, nella migliore delle ipotesi, ha una "resilienza strutturale" rispetto ad un unico aspetto, ma certamente non una "resilienza ecologica". La risposta è sia limitata sia costosa. Si consideri come il modello pervasivo di pianificazione urbanistica del 20° secolo è stato definito da questi criteri non-resilienti:

  1. Le città sono strutture "razionali" ad albero (top-down, "dendritiche"), non solo nelle strade e nei sentieri, ma anche nella distribuzione delle funzioni.
  2. L'"efficienza" richiede l'eliminazione delle ridondanze. La diversità è concettualmente disordinata. Il Modernismo richiede comparti visivamente puliti e ordinati, e raggruppamenti unificati, che privilegino la scala più grande.
  3. L'età della macchina detta i nostri limiti strutturali e tettonici. Secondo i teorici più influenti della città modernista, la meccanizzazione prende il comando (Giedion), l'ornamento è un crimine (Loos), e gli edifici più importanti sono grandi espressioni scultoree dell'arte (Le Corbusier, Gropius, et al.).
  4. Qualsiasi uso di "materiale genetico" del passato è una violazione dello spirito del tempo dell'età della macchina, e quindi può essere solo espressione di una politica reazionaria; non può essere tollerato. La novità e la neofilia devono essere elevate e privilegiate al di sopra di altre considerazioni progettuali. L'"evoluzione" strutturale può essere consentita solo all'interno di astratti discorsi sulla cultura visiva, in quanto valuta e giudica i bisogni umani in base a propri standard (specializzati, ideologici, estetizzanti).

Dal punto di vista della teoria della resilienza, tutto questo può essere visto come un efficace formula per la generazione di città non-resilienti. Non è un caso che i pionieri di queste città erano, infatti, evangelisti di una forma di industrializzazione altamente energetico-dipendente, in un momento in cui la comprensione di tali questioni era molto più primitiva di adesso. Per esempio, è l'architetto Le Corbusier, uno tra i pensatori più influenti di tutta la pianificazione moderna, che scrive nel 1935, suggerendo un modello per l'espanzione moderna: "Le città saranno parte della campagna; io vivrò a 30 miglia dal mio ufficio in una direzione, sotto un albero di pino; anche la mia segretaria vivrà a 30 miglia di distanza da esso, nella direzione opposta, sotto un altro albero di pino. Avremo entrambi la nostra auto propria. Useremo le gomme, le superfici stradali e gli ingranaggi, consumeremo petrolio e benzina. Tutto questo avrà bisogno di una grande quantità di lavoro... sufficiente per tutti". Purtroppo, non è più sufficiente per tutti! Questa relativa breve età di abbondanza dei combustibili fossili - e l'architettura urbana non-resiliente che si è diffusa in tutto il mondo - sta rapidamente volgendo al termine. Dobbiamo essere preparati per ciò che deve venire dopo. Dal punto di vista della teoria della resilienza, le soluzioni non potranno essere delle facili correzioni tecnologiche, come molti ingenuamente credono. Ciò che serve è un'analisi più profonda e una ristrutturazione dell'intero sistema: non è una cosa facile da realizzare, dal momento che ciò non produce denaro a breve termine.

Post scriptum: una lezione dalla nostra evoluzione

Le persone sono trascinate dal presente, e lasciano sia il passato che il futuro fuori di mente. Anche nella nostra era satura di informazione, il passato è remoto e astratto - solo un altro set di immagini come qualsiasi film. E così ignoriamo da dove siamo venuti, e il percorso che ci ha portato qui nella nostra meravigliosa cultura tecnologica. Non siamo preparati per vedere dove dobbiamo andare. Per la nostra cultura tecno-consumistica, il domani non porterà sorprese. Ma la nuova ricerca in antropologia, in antropogenesi e nella genetica suggerisce che noi esseri umani siamo, letteralmente, creature del cambiamento climatico. Grazie ad un meticoloso lavoro investigativo, ora sappiamo che 195 mila anni fa la nostra specie era sul punto di estinguersi - poco più di 1.000 sopravvissuti erano aggrappati alla costa dell'Africa meridionale, a causa di una mega-siccità che ha spazzato quel continente. La nostra logica reazione è stata diversificare, e sviluppare molte nuove fonti di cibo, così come nuove tecniche per il loro procacciamento: ami da pesca, punte, cestini, urne, e altre innovazioni. Probabilmente si è sviluppato un linguaggio più complesso, che ci ha permesso di coordinare strategie di caccia e di raccolta più sofisticate. 10.000 anni fa, sembra, ci siamo adattati ancora una volta ad una mini era glaciale, che ci ha spinto ad innovare con nuove tecniche agricole e nuove forme di insediamento intorno ad esse. Queste innovazioni sono emerse più o meno simultaneamente in molte parti del mondo allora scollegate tra loro, il che ci suggerisce che  il clima è stato molto probabilmente la causa scatenante. Ora ci troviamo di fronte al terzo grande adattamento della nostra storia al cambiamento climatico. Ma questa volta siamo noi stessi che lo abbiamo innescato con le nostre tecnologie. Se abbiamo intenzione di adattarci con successo, abbiamo bisogno di capire le opportunità per innovare ancora una volta, nel modo con cui progettiamo e usiamo la nostra tecnologia. Il nostro confortevole stile di vita (nel ricco Occidente, e tra quelle classi socioeconomiche che possono permettersi di copiarci) è significativamente meno resiliente di quanto la maggior parte delle persone vogliano ammettere, o addirittura osano pensare. Se abbiamo intenzione di continuare la nostra notevole e fortunata corsa come civiltà tecnologica, faremmo meglio a prendere a cuore gli insegnamenti della teoria della resilienza.

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Last modified: 
27 July, 2017 - 11:41

Before its cancellation, the Anara Tower was planned to be one of Dubai’s tallest buildings, and an icon of sustainability — despite its west-facing glazing, high embodied energy in materials, and, remarkably, a giant non-functional (i.e. decorative) wind turbine. The building offered the consumer packaging of an “image” of sustainability at the apparent expense of real sustainability.

Before its cancellation, the Anara Tower was planned to be one of Dubai’s tallest buildings, and an icon of sustainability — despite its west-facing glazing, high embodied energy in materials, and, remarkably, a giant non-functional (i.e. decorative) wind turbine. The building offered the consumer packaging of an “image” of sustainability at the apparent expense of real sustainability.

Image by WS Atkins PLC

Something surprising has happened with many so-called “sustainable” buildings. When actually measured in post-occupancy assessments, they’ve proven far less sustainable than their proponents have claimed. In some cases they’ve actually performed worse than much older buildings, with no such claims. A 2009 New York Times article, “Some buildings not living up to green label,” documented the extensive problems with many sustainability icons. Among other reasons for this failing, the Times pointed to the widespread use of expansive curtain-wall glass assemblies and large, “deep-plan” designs that put most usable space far from exterior walls, forcing greater reliance on artificial light and ventilation systems.

Partly in response to the bad press, the City of New York instituted a new law requiring disclosure of actual performance for many buildings. That led to reports of even more poor-performing sustainability icons. Another Times article, “City’s Law Tracking Energy Use Yields Some Surprises,” noted that the gleaming new 7 World Trade Center, LEED Gold-certified, scored just 74 on the Energy Star rating — one point below the minimum 75 for “high-efficiency buildings” under the national rating system. That modest rating doesn’t even factor in the significant embodied energy in the new materials of 7 World Trade Center. Things got even worse in 2010 with a lawsuit [“$100 Million Class Action Filed Against LEED and USGBC”] against the US Green Building Council, developers of the LEED certification system (Leadership in Energy and Environmental Design). The plaintiffs in the lawsuit alleged that the USGBC engaged in “deceptive trade practices, false advertising and anti-trust” by promoting the LEED system, and argued that because the LEED system does not live up to predicted and advertised energy savings, the USGBC actually defrauded municipalities and private entities. The suit was ultimately dismissed, but in its wake the website Treehugger and others predicted, based on the evidence uncovered, that “there will be more of this kind of litigation.” What’s going on? How can the desire to increase sustainability actually result in its opposite? One problem with many sustainability approaches is that they don’t question the underlying building type. Instead they only add new “greener” components, such as more efficient mechanical systems and better wall insulation. But this “bolt-on” conception of sustainability, even when partially successful, has the drawback of leaving underlying forms, and the structural system that generates them, intact. The result is too often the familiar “law of unintended consequences.” What’s gained in one area is lost elsewhere as the result of other unanticipated interactions.

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Energy-wasting glass box from the 1960s compared to a new LEED-certified curtain-wall building. Spot the difference? The trouble is, (paraphrasing Albert Einstein) we cannot solve problems with the same basic typologies that created them.

Drawing by Nikos A. Salingaros

For example, adding more efficient active energy systems tends to reduce the amount of energy used, and therefore lowers its overall cost. But, in turn, that lower cost tends to make tenants less careful with their energy use — a phenomenon known as “Jevons’ Paradox.” Increasing efficiency lowers cost, and increases demand — in turn increasing the rate of consumption, and wiping out the initial savings. The lesson is that we can’t deal with energy consumption in isolation. We have to look at the concept of energy more broadly, including embodied energy and other factors. There are often other unintended consequences. A notable case is London’s sustainability-hyped “Gherkin” (Foster & Partners, 2003), where the building’s open-floor ventilation system was compromised when security-conscious tenants created glass separations. Operable windows whose required specifications had been lowered because of the natural ventilation feature actually began to fall from the building, and had to be permanently closed. The ambitious goal of a more sophisticated natural ventilation system paradoxically resulted in even worse ventilation.

No building is an island Another major problem with green building programs happens when they treat buildings in isolation from their urban contexts. In one infamous example [“Driving to Green Buildings”], the Chesapeake Bay Foundation moved its headquarters to the world’s first certified LEED-Platinum building — but the move took them from an older building in the city of Annapolis, Maryland to a new building in the suburbs, requiring new embodied energy and resources. The added employee travel alone — what’s known as “transportation energy intensity” — more than erased the energy gains of the new building. The theory of resilience discussed in our article, “Toward Resilient Architectures 1: Biology Lessons,” points to the nature of the problem. Systems may appear to be well engineered within their original defined parameters — but they will inevitably interact with many other systems, often in an unpredictable and non-linear way. We look towards a more “robust” design methodology, combining redundant (“network”) and diverse approaches, working across many scales, and ensuring fine-grained adaptivity of design elements. Though these criteria may sound abstract, they’re exactly the sorts of characteristics achieved with so-called “passive” design approaches. Passive buildings allow the users to adjust and adapt to climactic conditions — say, by opening or closing windows or blinds, and getting natural light and air. These designs can be far more accurate in adjusting to circumstances at a much finer grain of structure. They feature diverse systems that do more than one thing — like the walls that hold up the building and also accumulate heat through thermal mass. They have networks of spaces that can be reconfigured easily, even converted to entirely new uses, with relatively inexpensive modifications (unlike the “open-plan” typology, which has never delivered on expectations). They are all-around, multi-purpose buildings that aren’t narrowly designed to one fashionable look or specialized user. And perhaps most crucially, they don’t stand apart from context and urban fabric, but work together with other scales of the city, to achieve benefits at both larger and smaller scales.

Older buildings perform better… sometimes Many older buildings took exactly this “passive” approach, simply because they had to. In an era when energy was expensive (or simply not available) and transportation was difficult, buildings were naturally more clustered together in urban centers. Their shape and orientation exploited natural daylight, and typically featured smaller, well-positioned windows and load-bearing walls with higher thermal mass. The simple, robust shapes of these buildings allowed almost endless configurations. In fact many of the most in-demand urban buildings today are actually adaptive reuse projects of much older buildings. The results of this passive approach are reflected in good energy performance. While New York’s 7 World Trade Center actually scored below the city’s minimum rating of 75 out of 100, older buildings in the city that had been retrofitted with the same efficient heating, cooling, and lighting technologies fared much better: the Empire State Building scored a rating of 80, the Chrysler Building scored 84. But just being old is clearly not a criterion of success. The 1963 MetLife/PanAm building (Walter Gropius & Pietro Belluschi), now a half-century old, scored a dismal 39. Another mid-century icon, the Lever House (Skidmore, Owings & Merrill, 1952), scored 20. The worst performer of all was Ludwig Mies Van der Rohe’s iconic Seagram building, built in 1958. Its score was an astonishingly low 3. What’s the problem with these buildings? As the earlier New York Times article noted, they have extensive curtain-wall assemblies, large window areas, large-scale “deep-plan” forms, and other limitations. On a fundamental level, as we can now begin to see from resilience theory, they lack many crucial resilient advantages of older building types. There may be something inherent in the building type itself that is non-resilient. The form language itself could be an innate problem — something that, according to systems thinking, no mere bolt-on “green” additions can fix.

“Oil-interval” architecture Architectural critic Peter Buchanan, writing recently in the UK magazine, The Architectural Review, placed the blame for these failures squarely at the feet of the Modernist design model itself, and called for a “big rethink” about many of its unquestioned assumptions [“The Big Rethink: Farewell To Modernism — And Modernity Too”]. Modernism is inherently unsustainable, he argued, because it evolved in the beginning of the era of abundant and cheap fossil fuels. This cheap energy powered the weekend commute to the early Modernist villas, and kept their large open spaces warm, in spite of large expanses of glass and thin wall sections. Petrochemicals created their complex sealants and fueled the production of their exotic extrusions. “Modern architecture is thus an energy-profligate, petrochemical architecture, only possible when fossil fuels are abundant and affordable”, he said. “Like the sprawling cities it spawned, it belongs to that waning era historians are already calling ‘the oil interval’.”

Cities built using a form language whose dominant feature is to maximize the consumption of fossil fuels. Though a successful economic development strategy during the “oil-interval” era, it has left us with a looming catastrophe

Cities built using a form language whose dominant feature is to maximize the consumption of fossil fuels. Though a successful economic development strategy during the “oil-interval” era, it has left us with a looming catastrophe.

Drawing by Nikos A. Salingaros

Buchanan is not alone in calling for a “big rethink” about the assumptions of Modernist design. It is fashionable among many architects today to attack Modernism, and argue instead for various kinds of avant-garde and “Post-Modernist” styles. Buchanan lumps these styles together under a category he calls “Deconstructionist Post-Modernism.” But he insists that the Deconstructionists have not actually transcended the Modernist paradigm they attack: they still operate almost entirely within the industrial assumptions and engineering methodologies of the “oil interval.” Once again, resilience theory provides insight into the serious flaws carried by this family of related form languages — and indeed, flaws in their very conception of design. (Those will need to be examined in great detail.) Ironically, this “modern” model is now almost a century old, belonging to an era of “engineered resilience” — that is, resilience within only one designed system, but unable to cope with the unintended consequences of interactions with other systems (like urban transportation, say, or true ecological systems). Because the Modernist form language and its successors are tied to the old linear engineering paradigm, they cannot in practice combine redundant (“network”) and diverse approaches, nor work across many scales, nor ensure a fine-grained adaptivity for design elements — though they can certainly create the symbolic appearance of doing so. Contrary to such dubious claims (in what sometimes takes on aspects of a massive marketing effort), they cannot actually achieve what C. H. Holling called “ecological resilience.” This seems to suggest an important explanation of the alarmingly poor performance of these buildings and places, when actually evaluated in post-occupancy research. Seen in this light, the various avant-garde attempts to transcend Modernism appear more as exotic new wrappings for the same underlying (and non-resilient) structural types and industrial methods. But as Albert Einstein famously pointed out: “A new type of thinking is essential if mankind is to survive and move toward higher levels.” Just as it is not possible to achieve resilience by merely adding new devices like solar collectors to these old industrial-Modernist building types, it is not possible to get meaningful benefits with dazzling new designer permutations and tokenistic ecological thinking within the same essentially industrial design process. We do need a “big rethink” about the most basic methods and systems of design for the future.

A wave of neo-modernism Yet if anything, in recent years there has been a remarkable resurgence of an even more unapologetic form of Modernism. In light of the evidence, this is a decidedly reactionary trend: we seem to be witnessing a “back to roots” movement — one that, like other such movements, is based more on doctrinal belief than on evidence. This fashionable Neo-Modernism ranges from outright “retro” boxy white buildings, interiors, and furnishings, to swoopy futuristic-looking buildings and landscapes. Stylistically, the shapes are eye-catching and often edgy, and some people (especially many architects) clearly like them.

Curiously, after one century of unfettered design experiments, the Modernist form language evolves back to the traditional glass box

Curiously, after one century of unfettered design experiments, the Modernist form language evolves back to the traditional glass box.

Drawing by Nikos A. Salingaros

Not everyone seems to care for this new/old aesthetic, however. Some see the new structures as sterile, ugly, and disruptive to their neighborhoods and cities. Defenders of the designs often attack these critics for being presumably unsophisticated, nostalgic, or unwilling to accept the inevitable progress of a dynamic culture. This “battle of stylistic preferences” rages on, with the Neo-Modernists claiming the avant-garde high ground, where they tend to dominate the media, critics, and schools. Of course, fashions come and go, and architecture is no different: in a sense this is just another phase in the more or less continuous waxing and waning of architectural Modernism for almost a century now, along with raging debates about its aesthetic merits. Those debates have never really died down. Critics like Buchanan are not new: in the 1960s and 1970s equally vociferous critics like Christopher Alexander, Peter Blake, Jane Jacobs, David Watkin, and Tom Wolfe made withering critiques, but little has changed. What has now changed, however, is that we are asking newly urgent questions about the resilience of this kind of structure, at a time when we need to rigorously assess and improve that resilience. As this discussion suggests, it is not only the particular and practical issues of expansive glazed curtain walls, bulky and transparent buildings, and exotic assemblies overly reliant on petrochemical products that are the root of the problem. It is perhaps the very idea of buildings as fashionable icons celebrating their own newness, a quintessentially Modernist idea, which is fundamentally at odds with the notion of sustainability. As they age, these buildings are destined to be less new and therefore less useful, not more so. The pristine Modernist (and now Post-Modernist and Deconstructivist) industrial surfaces are destined to mar, weather, and otherwise degrade. The eye-catching novelties of one era will become the abandoned eyesores of the next, an inevitability lost on a self-absorbed elite fixated on today’s fashions. Meanwhile the humble, humane criteria of resilient design are being pushed aside, in the rush to embrace the most attention-getting new technological approaches — which then produce a disastrous wave of unintended failures. This is clearly no way to prepare for a “sustainable” future in any sense.

Modernism is more than just a style In this light, why have the form language and design methodologies of Modernism proven so stubbornly persistent? The answer is that Modernism is not merely a style that one may care for or not. It is part and parcel of a remarkably comprehensive — even totalizing — project of aesthetics, tectonics, urbanism, technology, culture, and ultimately, civilization. That project has had a profound effect upon the development of modern settlements, for better or worse, and (especially visible in the light of resilience theory) made a huge contribution to the current state in which we find our cities, and our civilization. The origins of architectural Modernism are closely affiliated with the progressive goals of the early Twentieth Century, and the humanitarian ideals — even the utopian zeal — of well-meaning visionaries of that day. Those individuals saw a promising capacity, in the dawning industrial technology of the age, to deliver a new era of prosperity and quality of life for humanity. At their most credulous, its leaders were clearly enraptured by the seemingly infinite possibilities for a technological utopia. From that they developed an elaborate — and in surprising ways, still poorly-evaluated — theory about the necessary new tectonics and form languages of the civilization of the future. Their followers today still argue that it is, unquestionably, Modernism that is best positioned to don the mantle of sustainability. Many things did improve under this technological regime, of course, and today we can cure diseases, reduce backbreaking toil, eat exotic foods, travel fast in comfortable motoring and flying craft, and do many other things that would astonish our ancestors. But along with that new regime has come a calamitous ecological depletion and destruction of resources, and an erosion of the foundation on which all economics and indeed all life depends. So today, in an age of converging crises, it is well worth our asking hard questions about the assumptions of that industrial regime — and the complicity of architectural Modernism as a kind of alluring “product packaging” within it. The story goes back to a remarkably small group of writers, theorists, and practitioners in the early 20th Century, and notably the Austrian architect Adolf Loos. We will need to look more closely at this history — and what its ongoing legacy means for us, and our very daunting design challenges today.

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Last modified: 
21 May, 2016 - 10:44
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